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L’incontro sulla spiritualità di Padre Pio

Una Comunità pastorale s’interroga su Padre Pio. E’ il tema dell’incontro che la Fraternità ha voluto promuovere lo scorso 10 maggio nella chiesa madre, coinvolgendo la Comunità pastorale che ospita i francescani secolari. A curare l’incontro fr. Luciano Lotti, Assistente Fraternità Ofs di San Severo, Definitore provinciale, studioso di Padre Pio. L’idea è stata quella di offrire una lettura realistica della spiritualità di S. Pio, liberata dal devozionismo e dal clamore mediatico, calata nel contesto del tempo, per trarne il preciso insegnamento e, soprattutto, coglierne il puro stile francescano di agire nella Chiesa.

Padre Luciano, umile e autorevole strumento nelle mani dello Spirito, ha prima celebrato l’Eucarestia assieme al Parroco Moderatore don Bruno Pascone, al Vice Parroco e ai tanti fedeli presenti della Comunità, commentando la Parola con un breve intervento omiletico. Poi si è intrattenuto nella stessa aula liturgica per offrire quelle che si sono rivelati stimoli coinvolgenti e forti sottolineature, che hanno mirato al cuore.

Riportiamo qui alcuni sintetici appunti che lo stesso fr. Luciano ha voluto predisporre per l’occasione:

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1.  Nel mondo della comunicazione ci si domanda spesso come mai la gente venga a San Giovanni Rotondo. I più critici tra noi lamentano la fede imperfetta, il devozionalismo fanatico, il feticismo sterile. Tutte cose, che, lasciatelo dire da uno che qui ci è vissuto, erano presenti anche al tempo di Padre Pio. Ma le storie, le mille storie di persone che sono venute da Padre Pio, storie a volte romanzate, spesso esagerate nei loro contorni, hanno un legame comune: tutti hanno incontrato Dio in Padre Pio. Noi siamo comunicazione attraverso le Messe, le processioni, le catechesi: a volte però tutto questo mostra più i muscoli di una comunità o di singole persone che vogliono farsi forti all’ombra della comunità, anzicché una Chiesa che con la sua santità parla di Dio.

2.  Per Padre Pio non esisteva una vocazione speciale alla santità, quasi che alcuni dovessero sentirsi più impegnati degli altri. La sua radicalità lo portava a concepire l’esistenza come il momento della prova all’interno di una realtà di fede in cui Dio ha già totalizzato tutte le nostre scelte. Siamo nella società dell’etica fai da te, in cui prevalgono il “secondo me”, il “che male c’è” e il “lo fanno tutti”. La domanda “a” Dio non può essere scissa dal “bisogno” di Dio, altrimenti è pura pretesa. E’ vero le porte per incontrarlo sono tante, anche quella del bisogno terreno, ma la grazia non è un favore, bensì una porta per entrare a contatto con Dio.

3.  La forza attualizzante di questo discorso, ci giunge da una lettura spassionata del momento ecclesiale che stiamo vivendo. A fronte di un impegno del pontefice nell’evangelizzazione e nella catechesi del popolo di Dio, incontriamo sempre più spesso forze che vorrebbero arrocare il cristianesimo sull’apologetica, dando l’idea di una fede perennemente votata a puntare il dito su questa società. Senz’altro noi abbiamo una vocazione a vivere la radicalità evangelica: Padre Pio ce la indica come assimilazione al mistero di Cristo. Ma nei confronti dell’altro, di chi è imperfetto, di chi sta ancora cercando una strada, Padre Pio conosce una sola parola: misericordia.

4.  Si dice spesso che Padre Pio nascondeva le stimmate. La notizia è vera fino a un certo punto: molto spesso al termine della messa faceva baciare la mano piagata. Notate che nel processo nemmeno la nipote di Padre Pio ha testimoniato di aver baciato la mano piagata. A chi la faceva baciare Padre Pio? Alle persone più deboli, a qualche fanatica, a quella ragazza più litigiosa delle altre che ci teneva a fare la prima donna… Padre Pio sapeva una cosa sola: da quel venti settembre quelle stimmate erano una porta aperta sul cuore di Dio e non spettava a lui decidere se chi stava bussando avesse una fede come quella di San Tommaso d’Aquino o fosse solo un povero Tommaso Apostolo, fanatico, pieno di dubbi e casomai anche tanto peccatore. Vorrei definire le stimmate con la stessa icona che padre Marco Rupnik ha posto nella chiesa inferiore per indicare il corpo di Padre Pio: una ferita. Padre Pio aveva coscienza che le stimmate fossero questo: una ferita aperta sul cuore misericordioso di Dio. La croce non va accettata passivamente, dicendo “faccio la volontà di Dio”, ma dando un senso a quella ferita: può sembrare un paradosso, ma occorre ricordare che la croce non è mai solo per chi la porta, occorre avere il coraggio di portarla anche per gli altri. Come Padre Pio le nostre comunità devono avere le antenne per sapere quali croci il Signore ci chiama a portare in questo momento.

5.  Padre Pio giunse a San Giovanni Rotondo in un convento lontano dal paese. L’apostolato di quel convento era minimo, di giovani neanche a parlarne. Non credo molto a coloro che lamentano la mancanza dei giovani dalle parrocchie: non c’è mancanza di giovani, ma troppo spesso mancanza di accoglienza. Una comunità che celebra l’Eucarestia non può restringersi all’interno dei propri gruppi o delle proprie simpatie. Una comunità che sa accogliere è come una donna che sa ricevere la vita. Anche l’apparente sterilità può diventare una ricchezza, se tutto ciò che attraversa l’esistenza viene ricevuto come un dono.

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